Belonging in Anghiari: Andrea Merendelli

While I was staying in Anghiari at Christmas time, 2016-17, I began conducting interviews with people who live in the town. Some were conducted in Italian, some in English. They will all be published in both languages.

Il senso di appartenenza ad Anghiari: Andrea Merendelliandrea_1

 Andrea è il direttore del teatro di Anghiari che ha sede in un magnifico palazzo settecentesco. Sono arrivata nel suo ufficio mentre stava per concludere un incontro sui futuri eventi con un gruppo di giovani, inclusa Armida Kim, e durante tutta la nostra conversazione c’è stato un continuo viavai di persone. L’intervista, condotta in italiano, è stata trascritta e tradotta in inglese da Mirella Alessio e questa ne è una versione editata.

 Sono nato nel 1965 ad Anghiari e ho vissuto qui fino a diciannove anni. Da lì in poi è cominciato il mio girovagare per il mondo: sono un vagabondo del teatro, un rover, rover. E ho studiato a Firenze, storia dello spettacolo, storia del teatro italiano, performing arts in genere. Ho praticato musica, teatro, cinema fin da giovane… sono vissuto a Firenze per circa dieci anni, poi mi sono trasferito un po’ in Francia, a Marsiglia, Marseille, prima per questioni private di famiglia e poi per lavoro e poi un po’ in Africa. E poi sono tornato a vivere qua, perché…

Nel 1995-96 questo teatro era senza attività e mi dissero: ‘Vuoi fare il direttore di un teatro senza soldi?’ ‘OK! It’s me! Sono io! Perfetto!’ Così sono tornato per lavorare in questo teatro e costruire una piccola utopia di una società teatrale che in parte è riuscita e in parte no. Ritornare ad Anghiari, è stato un tormento e una meraviglia…sensazioni contrastanti perché ho dedicato a questo paese…

Il rapporto con questa comunità è nato attraverso una serie di operazioni culturali di identità del luogo, prima fra queste Tovaglia a quadri che da ventidue anni racconta durante una cena-spettacolo dove gli abitanti dalle finestre, dalle case, dalle porte raccontano una storia, mentre il pubblico sta a tavola, sta cenando. Quindi questo è stato, diciamo, il principale prodotto.

E poi abbiamo cominciato a ospitare spettacoli teatrali, spettacoli di danza, film, perché sono stati scritti molti film dentro il nostro teatro, è diventato un luogo di creazione e di sviluppo di progetti creativi. Abbiamo lavorato per tre anni ai teatri dello sport portando campioni internazionali dello sport, artisti, musicisti…

Abbiamo dato vita a questo spazio, con alcuni problemi di identità, perché io sono originario di questo posto, quindi conosco bene quanto è difficile. Non so se conosci il proverbio latino “Nemo propheta in patria”, no one is prophet in his own country. E questo era la nostra… Però abbiamo cercato di costruire uno spazio dove ci fosse una forma di rispetto per la storia del paese e, nello stesso tempo, di professionismo.

Possiamo dire che il nostro gruppo è stato il primo esperimento di professionismo teatrale in uno spazio come Anghiari che aveva già tanti teatri, piccoli teatri di appartamento, aveva cinque teatri Anghiari, tra il 1562 e il 1800, uno… poi ti faccio vedere la foto… Sì, è una storia incredibile, ed io ho scritto un libro insieme ad altri autori, pubblicato per l’Uni-versità di Firenze.  E questa storia teatrale è una storia che gli stessi abitanti conoscevano poco, perché di quelle sale che erano così importanti, nessuno se ne curava più. Il teatro era diventato un cinema.

Ecco che quindi far tornar il teatro dentro una comunità è stata una big challenge, perché è stata la più grande sfida che abbiamo affrontato. Era molto complicato far capire alla po-polazione… e allora abbiamo usato il racconto popolare, una forma particolare di story-telling attraverso la musica popolare toscana, l’ottava rima.

Con Tovaglia a quadri la gente di Anghiari va alle cose dove si riconosce, a quelle che fanno gli altri un po’ meno. Le nuove generazioni, sono interessate anche a vedere cose diverse. Le vecchie generazioni, io dico dai sessant’anni in su, hanno meno curiosità verso il teatro contemporaneo, verso le forme di cultura che non siano codificate da secoli di storia, per cui tutto quello che è fortemente folk.

Ed è strano, perché un po’ difficile da capire, perché Anghiari è stata per anni una rocca-forte, dopo la Seconda guerra mondiale, della sinistra, del partito comunista e si può immaginare una forza fortemente innovativa. In realtà ci sono state delle spinte con-servative molto forti. C’è stato un sindaco negli anni ’80 che era il nonno di Armida, la ragazza che hai visto qui prima, Franco Talozzi…. tu l’hai intervistato? Lui ha fatto uno sforzo enorme per far sviluppar la cultura e il turismo per questo paese. Ha fatto uno sforzo, ha speso dei soldi, ha reso possibile la ristrutturazione del teatro.

Per settant’anni, questo è stato un paese della sinistra, ma non ora, adesso no, adesso c’è un nuovo governo che è un governo di centro-destra. Ma non è una questione però politica questa, I am not talking about politics, perché è una questione di…. identità, di apparte-nenza. Ci sono storie di grandi amicizie fra gente di colori diversi.

 Quando tu parli di generazioni lo devi leggere nel contesto del territorio… l’interge-nerazionalità sta in piedi e si tiene insieme, finché non arriva il momento dell’entertainment, del divertimento. In quel momento lì, pum, si staccano, perché i ragazzi vanno a cercare intrattenimento nella città più grande e non nel nucleo di appartenenza. Questo significa che in realtà quello che tu vedi …se tu vai in un Irish pub a Cork o a Dublino tu trovi tutte le generazioni no? Da eighteen a eighty. Sì, nel bar qui succede la stessa cosa, ma non è considerato “divertimento”, il bar è una sorta di anticamera, come dire, è una neutral room. Da lì, da quella stanza di decompressione, la zona di entertainment è altrove.

Anghiari, credo, è un posto aperto. Anche se il razzismo in Italia sta diventando una ma-lattia genetica quasi, episodi di razzismo o violenza legati al razzismo, non ne conosco io qui ad Anghiari. Ci sono piccole comunità, kosovari, rumeni, come in tutti i piccoli paesi d’Italia, però ha un senso di, come dire, di rispetto per le persone che lavorano… chi lavora è molto rispettato, anche se di un’altra etnia.

Torniamo al teatro. Ora stiamo per cominciare la ventiduesima stagione, quest’anno. Abbiamo molte difficoltà economiche anche con l’aiuto della regione Toscana, su progetti specifici come quello della danza contemporanea, noi siamo Anghiari dance hub, è un pro-getto di danza contemporanea, riconosciuto in tutta Italia, piuttosto famoso. Il teatro è uno spazio dove noi riusciamo a fare cose anche senza soldi, più per passione che per altro, e far entrare però dei progetti che portano anche piccole economie. Piccoli progetti, diciamo, sono cifre ridicole rispetto al mainstream. Fa ridere pensare che un teatro così possa essere mandato avanti con pochi soldi. Come dire, questo è il puro stile socialista, ecco.

Non so se è per sempre, ma noi sì, noi abitiamo qua, abbiamo anche molti progetti europei. Per esempio, noi abbiamo adesso un progetto che si chiama ‘The Backstage’. È un progetto sulla… una sorta di skills bank per giovani, young technicians under 30. Riusciamo a fare progetti che ci mettono in contatto con varie esperienze di altri paesi d’Europa, dell’Est Europa, il nostro lavoro principalmente si sviluppa su tutte le forme di storytelling, di narrazione. Recentemente abbiamo vinto il Bando MigrArti del Ministero della Cultura, lavorando con le storie di oltre 100 migranti molti dei quali 2G (2nd Generation). E anche adesso siamo coinvolti in tre-quattro progetti sempre relativi all’idea molto larga di story-telling. Siamo sempre in cerca di connessioni, è un corpo liquido la nostra avventura, cerchiamo sempre dei canali nuovi.

Noi collaboriamo anche con la Libera Università dell’Autobiografia ad Anghiari e con l’Archivio dei diari di Pieve di Santo Stefano. L’archivio nasce nel 1984 e quello è un atto fondamentale… è molto forte in Italia questa cosa. È l’unica valle, si chiama “la valle della memoria” per questo motivo la Valtiberina, dove questi due argomenti sono molto forti e noi cerchiamo di tenerli aperti a tutte le esperienze.

Nasce questa cosa e nascono parallelamente delle attività, di training e di formazione, di studio, di ricerca con delle buone basi scientifiche, uso un termine un po’ tecnico, codifica, codify, delle capacità, delle caratteristiche narrative già presenti. Faccio un esempio: la mia nonna era una storyteller, yes, my grandma, she was a storyteller. So, I am in the family line of this tradition of storytellers, I am a new form of storyteller.

In tutte le nostre attività noi abbiamo professionisti che lavorano insieme alle varie comunità. Non puoi dividere le due cose. Non so se hai presente il lavoro di Pasolini… Adesso noi lavoriamo con un gruppo di 17-18 anni, 19. Abbiamo lavorato con anziani, abbiamo lavorato con prisoners, con tante tipologie di personaggi. Lavoro con i non attori, non professional actors, ma l’impianto e la struttura è professionale.

Noi abbiamo progetti sull’emigrazione. Per esempio, in Argentina, quel progetto lì è nato con quel regista che vedi là dietro, Fernando Pino Solanas, regista argentino, che ha fatto dei film molto belli, molto importanti. Quel regista è stato uno dei docenti di questo pro-getto sulla ricerca delle memorie. Abbiamo raccolto informazioni, notizie e abbiamo riattaccato dei pezzi che si erano staccati, anche in maniera dolorosa, della memoria tra questi due mondi, la Toscana e l’Argentina. E quando è nato questo progetto si sono rimessi in contatto dei mondi, dei ricordi che non erano più attaccati insieme.

Qua c’è la storia di una famiglia, quattro fratelli, babbo, mamma, in sei emigrano in Argentina. La quinta figlia rimane qua perché si è innamorata di uno che non vuol partire, e tutta la famiglia va laggiù, lei rimane qua, si sposa, non vede più il babbo e la mamma, muoiono là e lei non li rivede più. Ma queste sono storie… ne sono successe tantissime. Andare in Argentina ci volevano venti giorni di nave, venti giorni. C’è una signora, per esempio, di 84 anni che ora è morta, quando l’ho intervistata io aveva 84 anni, non parlava una parola di castigliano, che è lo spagnolo argentino, parlava solo toscano e usava parole che erano scomparse in Italia. Perché lei è partita con un grande dispiacere, non è mai voluta tornare in Italia, mai. Mai vuol dire mai, lei ha costruito un altro mondo lì… ma queste sono storie…

 Tutti i progetti sull’emigrazione portano con sé un carico di tristezza, di dolore. Per e-sempio, c’è un’anghiarese che non parla più una parola di italiano, che io ho solo conosciuto via mail, che vive nel centro, nel cuore deserto dell’Australia. Lei ha lasciato Anghiari ed è rimasta giù per sempre. Abbiamo parlato della sua famiglia lo scorso anno in Tovaglia a quadri, abbiamo raccontato la storia dell’emigrazione della sua famiglia in Australia… e oggi ci sono tanti giovani vanno in Australia per lavoro o per… non si sa per quale motivo, con la speranza di trovare  qualcosa…the land of milk and honey.

La mia è una famiglia di emigranti. Il mio babbo non è andato in Argentina per un puro caso, perché il suo migliore amico emigrò negli anni ’50, mio zio ha lavorato nelle miniere del Belgio, in Francia, ho un altro zio che è stato a Manchester, in Inghilterra per tanti anni. Sì, tutti ritornati, loro non sarebbero potuti vivere lontano da qua.

Ho solo una madre, anche se in questo momento non sta molto bene, mio padre è morto parecchi anni fa, ho una sorella che abita qua a Sansepolcro, dei nipoti, e degli zii, cugini tutti a Firenze, parte della mia famiglia è a Firenze, toscani da sempre.

Io ho una figlia, sedici anni. Vive qua e studia al liceo a Sansepolcro, lingue, inglese, francese e tedesco. Per i figli si vorrebbe sempre il meglio, però non lo so quale sarà il meglio per lei, forse andare a studiare all’estero, forse andare a studiare fuori dall’Italia, non so se augurarmi…Of course spero, però non so se augurarglielo, spero di sì, di rima-nere o no, questo non lo so.

 

Belonging in Anghiari: Andrea Merendelli

Andrea is the director of the Anghiari theatre, situated in a rather magnificent 18th century building. When I arrived at his office at the top of the building, Andrea was concluding a meeting about upcoming productions with a group of young people, including Armida Kim. Throughout the interview, people were dropping into the office. The interview was conducted in Italian, and kindly transcribed and translated into English by Mirella Alessio. This is an edited version.

I was born in 1965 in Anghiari and I lived here till I was 19. From then on I started to wander around the world: I am a theatre vagabond, a rover, rover (in English, in original). I studied in Florence – theatre studies, history of Italian theatre, performing arts in general. I had been involved in music, theatre, cinema since I was young. … I lived in Florence for around 10 years. Then I moved for a short time to France, Marseille, first, for family reasons and then, for work, and then I moved for a while to Africa. And then I came back to live here because…

In 1995-96 this theatre wasn’t active anymore and they said ‘Do you want to be the director of a theatre without any money?’ ‘Ok! It’s me! (in English) It’s me! Perfect!’ So, I came back to work in this theatre and to build a little utopia of a theatre society, which has been only a partial success. Coming back to Anghiari has been a torment and a wonder … mixed feelings because I have dedicated to this town…

The relationship with this community has grown through a number of cultural interventions around the identity of the place. The most important of these is Tovaglia a quadri (Chequered tablecloth), which has been going for 22 years now. At this event, which is held in a piazza in the old part of town, a story is told during a dinner-show. From windows, houses, doorsteps, the inhabitants tell a story, while the audience sit around tables eating dinner. So this has been our main achievement. We have also hosted theatre and dance shows, and films, because many screenplays have been written within our theatre – it has become a place of creation and development of creative projects. And now we have been working for three years with sport theatre, involving international sport champions, artists, musicians… .

We have given life to this space, with some identity problems … because I hail from here, I know very well how difficult it is. I don’t know if you know the Latin proverb ‘Nemo propheta in patria’, no one is prophet in his own country (in English). This has been our… . But we have tried to build a space where there is a respect for the history of the town and, at the same time, a professionalism.

We can say that our group has been the first experiment with professionalism in theatre in a place like Anghiari, a place that already had many theatres, little theatres in apartments … Anghiari had 5 theatres between 1562 and 1800, one… I will show you the photo…. It’s an incredible story and, with other authors, I’ve written a book about it, published by the University of Florence. And this theatre history is a history that the locals themselves have known little about, and so, those theatres, that were so important, nobody took care of them anymore. And the theatres became cinemas.

So, to take the theatre back into the community has been a big challenge (in English), the biggest challenge that we have had to face. It’s been difficult getting people to understand… and so we have used folktales, a form of storytelling with Tuscan popular music.

With Tovaglia a quadri, the people of Anghiari will come if they can identify with the stories. But with things done by others, they’re less likely to come. Younger generations are interested in seeing things that are different. The older generations, I mean from 60 up, they have less curiosity about contemporary theatre, about cultural practises that are not codified by centuries of history, and practices with a strong folk tradition.

This is a bit difficult to understand, because Anghiari has been, since the Second World War, a stronghold of the left, of the communist party, and so you might expect there to be a strong innovative force. In reality, there have been very conservative elements. But there was a mayor here in the 80s, Franco Talozzi, the grandfather of Armida, who you saw here earlier … have you interviewed him? He made an enormous effort to develop cultural activities in the town and to open it up to tourism. He made an effort, he spent money, he made the restoration of this theatre possible.

For 70 years Anghiari has been on the left side of politics, but not now; now there is a new administration that is a centre-right. But this is not a political issue, I am not talking about politics (in English), because what matters is a sense of identity, of belonging. There are stories of great friendships between people of different political orientations.

With regard to relations between generations, you have to put this in the context of this place… intergenerationality exists and is maintained until the moment of entertainment (in English), of fun. In that moment, bang! it falls apart, because young people go to look for fun in a bigger town, and not here, in the group they belong to. This means that you don’t see what you’d see if you went into an Irish pub in Cork or Dublin, where you find all generations, don’t you? From eighteen to eighty. Sure, the same thing happens here in a bar, but the bar is not considered to be entertainment; the bar is a kind of antechamber, like a neutral room. From there, from that decompression chamber, entertainment is elsewhere.

I believe that Anghiari is an open place. Even if in Italy racism is almost becoming a genetic disease, I don’t know of any here, in Anghiari. For example, there are small communities of Kosovarians, Romanians here, as in all small towns in Italy, but there is a sense of respect for people who work … if you work, there is a lot of respect, no matter what your ethnicity.

Back to the theatre.  We are about to start the 22nd theatre season, this year. Yes, we have a lot of financial difficulties, even with the support we get from the Tuscan region, which is for specific projects like the contemporary dance – we are Anghiari dance hub (in English), a contemporary dance project, which is quite famous throughout the whole Italy. The theatre is a space where we manage to do things even without money. We do it for passion more than anything else, and we include small projects that bring in very little money in comparison with the mainstream. It is rather hilarious to think that a theatre like this can be run with very little income. It is like saying this is the true socialist style!

I don’t know if I’ll live here forever, but we are living here now, yes … and we also have a number of European projects. For example, we now have a project called ‘The Backstage’ (in English). It is a project on… a kind of skills bank for young people, young technicians under 30. We have been successful at working on projects that put us in contact with different experiences in other European countries, from East Europe, and our work mainly involves the development of forms of storytelling, of narration. Recently we won the MigrArti Project 2017, an award from the Italian Ministry of Culture, working on the life histories of over 100 immigrants, most of them 2nd generation.  Right now, we are involved in 3-4 projects that revolve around storytelling. And we are always looking for new connections – our adventure is a liquid body, always looking for new channels.

We also collaborate with the Free University of Autobiography in Anghiari and the Diary Archive of Pieve di Santo Stefano. The archive was established in 1984, and it was a seminal event… its work is regarded as very important across Italy. But its specific location is significant – the Tiberina valley is called ‘the valley of memories’ because there is a long tradition here of keeping memories alive through forms of storytelling. So, the archive introduced professional activities – training, studying, research – which, to use a technical term, codified (in English) storytelling abilities that were already present. I’ll give you an example, my grandmother was a storyteller, yes, my grandma, she was a storyteller. So, I am in the family line of this tradition of storytellers, I am a new form of storyteller.

In all our activities, we have professionals working together with particular communities. You can’t separate the two … I don’t know if you are familiar with  Pasolini’s work …. Now we are working with a group of 17-18-19 year olds. We have worked with old people; we have worked with prisoners (in English); with many different groups of people. I work with non-actors, non- professional actors, but the framework and the structure are professional.

We have projects around migration. For example, there’s a project on the connection between Argentina and Anghiari. In Argentina, the project was initiated by the filmmaker you can see there behind you, Fernando Pino Solanas…he has made some very beautiful films, very important films. Solanas has been a teacher for us in the search for memories. We have gathered information and restitched pieces that had come unstitched, connecting memories, even if painful, between these two worlds, Tuscany and Argentina. And when this project came into being, two worlds came in touch again, memories came together again.

There is a story of a family, 4 brothers, mother, father, 6 of them migrated to Argentina. The 5th, a daughter, remained here because she fell in love with a man who didn’t want to leave, and the whole family went over there, and she stayed here, got married… and her father and mother died there, and she didn’t ever see them again. But these are stories …there are so many. To go to Argentina, it took 20 days by boat, 20 days. There was a woman, for example, who was 84 years old when I interviewed her – she has died now – she didn’t speak a word of Castilian, the Argentinian Spanish; she only spoke Tuscan and she used words that had disappeared in Italy; they were no longer in use here. Because she left with great regret, she never wanted to come back to Italy, never. Never means never – she had built another world there … but these are stories…

All the projects on migration carry with them a load of sadness, pain. For example, there is an Anghiari woman, who doesn’t speak a word of Italian anymore, whom I have only met by mail, who lives in the centre, in the desert heart of Australia. She left Anghiari and never returned. We spoke about her family last year in Tovaglia a quadri. We told the story of her family’s migration to Australia … and today, there are many young people going to Australia, to work or for… who knows for what reason. People leave here in the hope of finding something … the land of milk and honey (in English).

Mine is a family of migrants. My father didn’t go to Argentina, by sheer coincidence, because his best friend migrated there in the ’50s; my uncle worked in mines in Belgium, in France, and I have another uncle who went to Manchester, in England, for many years. And they all came back – they wouldn’t have been able to live away from here.

My father died many years ago, so now I have only my mother, although, right now, she is not too well. I have a sister who lives in Sansepolcro; nephews, uncles, cousins, all in Florence – we’re Tuscans, going back generations.

My daughter is 16. She lives here and she studies at the lycee in Sansepolcro – languages, English, French and German. For our own children we always want the best, but I don’t know what will be the best for her – perhaps going abroad to study, away from Italy, but I am not sure … . Of course (in English) I hope that she will stay, but I don’t know if that is what I should wish for her: to stay or not, this, I don’t know.

Ann and Mirella

 

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