Belonging in Anghiari – Alfonso Sassolini

Appartenenza ad Anghiari – Alfonso Sassolini

Alfonso fa parte della famiglia Busatti, famosa per i magnifici tessuti che hanno confezionato fin dalla metà dell’Ottocento. La mamma era una Busatti e ora l’azienda è in mano a due dei fratelli, ma ormai sta passando a figli e nipoti, l’ottava generazione. Alfonso e la moglie Fiorenza si dividono fra le loro due case, una a Firenze e l’altra in campagna, fuori Anghiari. Fiorenza è molto attaccata a Firenze, la sua città natale, mentre Alfonso ha un forte legame con Anghiari. Questa intervista si è svolta in italiano, è stata poi trascritta e tradotta in inglese da Mirella Alessio. Questa ne è una versione editata.

AlfonsoIo sono nato nel 1937 a Villa Miravalle che è stata fatta costruire nel 1908 in stile inglese, pietra e grandi vetrate, da sir Alan Verrel, un signore inglese che aveva anche una casa a Firenze. Lui si trasferì qui ad Anghiari con la sorella e la moglie per circa quindici anni, poi tornò in Inghilterra. La casa fu comprata nel 1920 per 28000 lire da mio nonno, che vendette la sua casa e il podere, con qualche difficoltà economica. Una bella casa, lì ho passato gli anni più belli della mia vita.

Da giovani siamo stati dei diavoli, sei maschi e due femmine, agguerrite anche loro, botte, di tutto un po’. Avevamo da tre a cinque donne di servizio, io non facevo nulla, un vagabondo, andavo solo a caccia. Ero un cacciatore sfegatato e ho cacciato fino al 2001 quando è nato mio nipote, mi hanno messo in braccio questo nipotino: ‘ora basta’.

A Villa Miravalle ho passato gli anni più belli, ma anche momentacci. Quando sono arrivati i tedeschi occuparono la villa. Proprio qui, a Montedoglio, ci furono battaglie tremende, ma più che altro contro gli indiani sotto il comandante inglese. I tedeschi lasciarono Anghiari il 29 luglio, poi gli inglesi occuparono la casa e ci fecero un ospedale da campo e noi fummo relegati al piano della servitù, al secondo piano, e da lì vedevamo arrivare i feriti. Mi ricordo un certo Jim, che parlava italiano, che una mattina purtroppo arrivò con una sventagliata di mitra nell’addome e fu portato sopra il pianoforte a coda e lì sopra loro operavano. E questo ragazzo che aveva fatto amicizia con uno dei bambini mi tenne la mano mentre fumava una sigaretta, ma lo lasciarono morire senza fare niente, mi mandarono via a me… momenti tragici. Dopo potemmo tornare di sotto, in quel periodo lì, morì mia nonna. Morì il 30 dicembre 1944 era pieno di neve, Anghiari era soffocata, un metro di neve e non sapevamo come fare a portarla al cimitero.  Volevano fare una festa, gli inglesi e i polacchi, ma quando morì mia nonna la festa non la fecero più. Con un soldato inglese io ho avuto una brutta esperienza, mi ha molestato, ma gli ufficiali erano perfetti, baciavano la mano alla mamma, prendevano il tè, 5 o’clock, quindi invitavano anche noi, erano molto corretti.

Ho cominciato a frequentare il paese solo quando sono andato all’asilo perché villa Miravalle, un ettaro di terreno cintato, quindi si era un po’esclusi dal paese. La villa era a 300 metri dal paese, confinante con la chiesa della Propositura, ma era un hortus conclusus, quindi non frequentavamo nessun altro se non all’asilo e lì avevamo il contatto con i ragazzi, che non era dei più facili. Ad Anghiari c’era la fame allora, molti non dicevano ‘buongiorno’ ma ‘hai mangiato?’. Io invece, venendo da una famiglia ricca, avevo sempre nel panierino tutto quanto serviva. Finiva che qualche volta la maestra Linda mi toglieva qualcosa a me per darla a chi non aveva nulla da mangiare, il che, a me bambino di quattro anni, non mi piaceva punto. Quindi era un rapporto un po’ conflittuale. Poi crescendo molti di questi ragazzi non vedevano l’ora di venire da noi, ognuno di noi aveva il suo amico, perché il pomeriggio, verso le quattro, le cinque, la mamma o la donna di servizio ci portavano un cesto con tante merende, succhi di frutta, e quindi questi ragazzi mangiavano quella che per noi era merenda e per loro poteva essere la cena. E quindi è difficile levarsi dalla testa che io sono un signorino. Quando ci siamo trasferiti da villa Miravalle è finita un’epoca.

Poi è venuto il momento di tirare la cinghia, nel 1960 era morto mio babbo, sempre nella villa e fu l’ultima morte che avvenne nella villa. Lui lasciò un sacco di debiti, la ditta non andava più bene perché prima noi soprattutto lavoravamo la lana delle pecore. Qui le avevano tutti, 6-10 pecore e si importava il cotone per consentire alle donne contadine di tessere in casa i lenzuoli, quasi tutti avevano i vecchi telai di legno a mano. Noi lavoravamo cose meno gentili però più adatte alle famiglie di allora, ma il mondo stava cambiando, cominciavano ad aprire primi supermercati, la gente ci andava, così il nostro è rimasto un prodotto di nicchia, per chi aveva gusto e magari mezzi.

Quando morì mio padre studiavo a Firenze, dovevo laurearmi in lettere, mi piaceva il latino e l’italiano, mi piacevano molto e ci riuscivo piuttosto bene, ma io ero il maggiore, mi sentivo il peso di questi debiti, di questa situazione, così avevo trovato lavoro come telefonista a Firenze.

Abbiamo lasciato Villa Miravalle nel 1962, quando mia mamma, che era la padrona della Busatti, e sua sorella si divisero i beni. A mamma toccò la ditta e la zia Peppina che aveva sposato uno molto ricco dei Nardi, macchinari agricoli, prese la villa che poi ha rivenduto. Noi siamo venuti a stare sopra la ditta, è stato un momento drammatico perché finiva questa situazione di prestigio. Noi si è attraversato giù per questa via diverse volte, siamo scesi con i pochi mobili che ci erano stati lasciati e con la gente alle finestre: ‘eh poveretti, eh poveretti!’ e qualcuno avrà detto anche ‘Se la son meritata’.

È stata abbastanza dura ricalibrare la mia testa alle nuove esigenze del lavoro come centralinista, ma poi mi sono ritrovato bene e il fatto stesso di averci ritrovato l’amore mi ha aiutato. Io non ho mai amato la città, forse perché da bambino ho avuto la poliomielite, avevo due anni. Quando nel ’45 son tornato a Firenze con lo zio medico mi persi, non le dico il terrore, lo zio si era fermato con il fratellino a parlare e io avevo continuato a cercarlo, andai alla stazione, finché li ritrovai e mi riportò a Panzano con il fratellino per circa un mese, e poi sono ritornato a Anghiari.

La prima volta che ho visto Fiorenza era luglio, lei rientrava dalle ferie, c’erano tante belle ragazze nella ditta però lei mi ha colpito perché è entrata in questa sala con un fare… non dico altero, ma sicuro di sé. Poi ho fatto un’azione di avvicinamento molto cauta perché i fiorentini si difendono molto bene con le battute, la parlantina sciolta, disinvolta. Lei si è iscritta al corso di francese che io sapevo benissimo, ma dove avevo occasione di stare con questa donna sui cui avevo puntato gli occhi. Ci siamo spostati, in una chiesa a Sigliano, mia mamma aveva due zii e due cugini preti, più un vescovo quindi una famiglia fortemente condizionata dalla religione, cosa che non siamo riusciti, fuorché me, a passare ai figli. Le mie figlie e anche i loro mariti non sono bacchettoni, ma non perdono mai una messa, addirittura i miei nipoti che abitano nel Mugello sono molto amici del prete, ragazzi di 14,18 anni normalmente volano via dal nido, invece loro sono legati alla parrocchia, al prete che ha quasi 80 anni e ha bisogno di una mano.

Abbiamo abitato a Firenze fino al ’94 quando sono andato in pensione, alla fine della carriera ero diventato segretario del capufficio. Sono tornato ad Anghiari, da principio ho fatto un lavoro di amministrazione per mio fratello Nanni, Giovanni, dopo sono andato in pensione. Tornare ad Anghiari per me, dopo 35 anni, è stato riscoprire le relazioni familiari, talvolta complicate. Io non dico che Anghiari è l’ombelico del mondo, è il paese più bello, però ci sono nato, ho ricostruito le mie amicizie. Quasi tutti i giorni vado in piazza del Popolo dove c’è un barettino che apre solo in primavera, io trovo i miei fratelli Giovanni e Francesco e ci scambiamo due parole ….

Io ho tanti, buoni conoscenti, ex compagni di scuola ancora vivi, ho condiviso con loro le prime esperienza. Quando eravamo giovani, non essendoci le macchine, le moto, dovevamo per forza andare insieme. Ho fatto l’esperienza lunga di boy-scout, campeggi… si stabiliscono delle relazioni che poi, anche se annacquate, durano per tutta la vita.

Dal ’73 abbiamo una casa qui agli Spicchi, dove abitiamo adesso, mi piace vivere in campagna, perché il paese finisce per essere un po’ soffocante. Ora è venuto a stare Daniele con la moglie, che è mia figlia, le sinergie sono cambiate. La mia routine è sempre la stessa. Faccio l’orto, faccio cose che ho imparato a fare tardi, quando andavo a caccia un collega era un contadino e mi ha insegnato a fare il formaggio, mungere le capre, le pecore… aiutarle quando non riescono a partorire. Tenevo polli, piccioni, ma ho dovuto cessare, Daniele non sopporta di vedere le ossa, ho solo qualche gallina per le uova e basta. Una vita piatta, da pensionato. Ogni tanto mia moglie pretende di fare un viaggio, lei è più propositiva, al massimo ogni quindici giorni, devo portarla per una settimana a Firenze. Io non mi muoverei mai dal paese, mi basta qualcuno che mi dica: ‘buongiorno’, questo in città mi manca, persone che incontro, nessuno che mi dica ‘buongiorno’, io ci soffro.

Io ho scritto un libro per la famiglia, è noioso per uno che non è di famiglia, infatti i mei nipoti mica lo leggono. Per la ditta Busatti che tutti gli anni pubblicava un calendario, Giovanni mi chiedeva di scrivere poesie, in questo sono bravo, ho persino vinto il primo premio per un libro di rime. La pigrizia, anche mentale… e anche adesso leggo poco, mentre invece una buona lettrice è mia moglie, anche se non fa esibizione di cultura, ma lei è una che l’umanità le piace, io l’umanità, lo dico in latino ‘Odi profanum vulgus, et arceo’, ‘odio il vulgo profano e mi allontano’, ecco io sono un po’ così.

Riguardo al senso di comunità, ci sono momenti di dolore, grandi gioie univano molto, per esempio il 18 agosto ’44 esplose questa mina messa dai tedeschi, ci furono 15 morti, io ero a 70-80 metri, un enorme boato, non si sapeva e tutta la gente sepolta lì, alcuni furono estratti vivi e tutto il paese concorse per liberare. Momenti di condivisione… i prigionieri dalla Russia tornavano dopo 6-7 anni, ogni volta il paese silenzioso… poi scoppiavano delle urla di gioia e tutto il paese che si riuniva intorno per festeggiare a questo lacero, smagrito prigioniero dopo mesi, anche anni e tutti partecipavano. Altro momento che ricordo bene, una Vespa rubata, …. tutta Anghiari ha contribuito a comprarne una nuova, era il 1955….

La chiesa è un centro di aggregazione, almeno parzialmente, perché ci sono le ricorrenze, festività. C’è stata una festa grande quando il nostro parroco don Marco è stato fatto vescovo, era dotato di senso pratico, doveva sorvegliare 36 chiese dai furti. Per l’Ascensione c’è la festa al Carmine, una festa contadina come una volta. Tradizionalmente quel giorno tutti vanno, le donne predispongono cibo quanto ne vuoi, c’è una piccola lotteria.

Ho avuto una bella vita. Mi sento solo, molti son morti, ma avendo fratelli e sorelle, siamo ancora provvidenzialmente tutti vivi, e quindi è con loro che condivido i miei sentimenti, le tradizioni, gli affetti.

Belonging in Anghiari – Alfonso Sassolini

 Alfonso belongs to the Busatti family, renowned for the beautiful fabrics they have been producing since the mid 19th century. His mother was a Busatti, and a couple of his siblings and their children currently run the firm. Alfonso and his wife, Fiorenza, move between their two homes, one in Florence, the other in the country outside Anghiari. While Fiorenza maintains a strong attachment to her hometown, Florence, Alfonso has strong connections with Anghiari. This interview was conducted in Italian, and transcribed and translated into English by Mirella Alessio. This is an edited version.

I was born in 1937 at Villa Miravalle, which was built in 1908 in the English style, in stone and with big windows, by Sir Alan Verrel, an Englishman who also had a house in Florence. He lived here, in Italy, with his wife and sister for maybe 15 years, then he went back to England. My grandfather bought the house in 1920 for 28000 lire; he had to sell his house and some land and got himself into some financial difficulties. It was a beautiful house and I spent the most beautiful years of my life there.

When we were young, we were devils, 6 boys and 2 girls, fierce young girls, we fought all the time. We had 3-5 servants, and I did nothing, I was a bum, interested only in hunting. I was a fanatic, I hunted until 2001, when my grandchild was born: they gave me this baby to hold and I said to myself ‘Now it is enough’.

The years at Villa Miravalle were wonderful, but there were also dramatic moments. When the Germans arrived, they occupied the house. There were terrible battles near Montedoglio, against the Allied forces, mainly Indians. The Germans left Anghiari on the 29th of July, and the English occupied the house and used it as a field hospital. We had to move to the servants’ floor, the second floor, and from there we could see the arrival of the injured. I remember Jim, who spoke Italian, who had lots of bullets in his stomach and was put on top of the grand piano, which was used as an operating table. This soldier took my hand while smoking a cigarette, but they left him to die without doing anything, and sent me away … tragic moments. Later we could move back into our house, and in that period my grandmother died. It was the 30th December, Anghiari was buried, suffocating, under a metre of snow and we didn’t know how to take her to the cemetery. At that point the Polish troops were also here and they wanted to have a party with the English, but, when my grandmother died, they cancelled it. I had a bad experience with an English soldier who molested me, but the officials were impeccable – they kissed my mother’s hand, invited us for 5 o’clock tea, they were really polite.

It was only when I started to go to kindergarten that I went into the village because Villa Miravalle was on a hectare of land, surrounded by a wall, and we were a bit cut off from the town. The villa was 300 metres from the village, next to the Propositura church, but it was a hortus conclusus – we didn’t mix till when they took us to kindergarten, where the contact with the other kids wasn’t so good. People were starving in Anghiari, they didn’t say ‘Buongiorno’, but ‘Have you eaten?’. I came from a rich family, I had food in my lunch box so sometimes my teacher, Linda, took some from me to give to someone who didn’t have anything to eat. I was 4, I didn’t like that. These kids couldn’t wait to come to our home – we all had our favourite friend, and at 4-5 o’ clock in the afternoon, my mum or one of the servants would bring out snacks and fruit juices, and these kids ate what for us was merenda, a snack, but for them perhaps was dinner. So, even now, it is difficult to forget that I was a ‘signorino’, a privileged kid. When we moved out of the Villa, it was the end of that era.

The time came when we had to tighten our belts – in 1960 my father died. It was the last death in the Villa. He left a lot of debts, the company wasn’t doing well anymore. We used to use wool from the sheep around the area for our textiles – everybody had 6-10 sheep; and we also imported cotton. The women had primitive old wooden looms and made bedding, sheets. We produced less refined material than nowadays, more suitable for the clients of those times, but the world was changing, the first supermarket opened and people went there to shop. So, ours became a niche product, for people with taste and money.

At the time that my father died I was studying at the University in Florence. I should have graduated in Arts, I really liked Latin and Italian literature, and I was good in those subjects, but I couldn’t stay out of the family situation anymore. I was the eldest, I felt the weight of those debts, and so I found a job as a switchboard operator in Florence.

We moved out of Villa Miravalle in 1962, when my mother, who owned Busatti, and her sister split the estate. My mother inherited the company and auntie Peppina, (who had married a very rich man from the Nardi agricultural machinery company) had the house, which she then sold. We moved to the apartment above the company – it was a dramatic moment, because the privileged period of our life had finished. We came down this road [that runs through Anghiari, down the hill across the Tiber valley] many times, with the few pieces of furniture they left us, and the people from the windows were saying ‘Poveretti, poveretti’, poor people, but perhaps some also thought that we deserved it ….

It was difficult for me to adjust to work in the phone company, but after a while I got along well, and the fact that I found love helped. I never loved the city though. Perhaps because I was taken to a hospital in Florence when I was 2 – I had polio. And then my uncle took me back there in ’45 and I got lost while he stopped for a chat. I was 7, I remember I was looking for them, I went to the station and then I found them, and he took me and my little brother to Panzano for a month’s holiday, then I went back to Anghiari.

I first saw Fiorenza in July when I had just returned to Florence from the summer holidays in Anghiari. Even if there were many gorgeous girls working in the company, I was struck by her because she came into the office with … with confidence. Then I started a manoeuvre of approach, very cautiously, because the Florentines are famous for having the gift of the gab – they can defend themselves very well. She enrolled in the French course, a language I spoke very well, but I enrolled too to get the chance to be with this woman I had set my eyes on.

We got married here, in a church in Sigliano. My mother had 2 uncles and 2 cousins who were priests and there was also a bishop in the family, so we were very conditioned by religion, a sentiment nobody but me has succeeded in passing onto the children. My daughters and their husbands are not zealots, but they don’t miss a mass; even my grandchildren who live in Mugello are very friendly with the priest. They are 14,18 – at that age normally kids fly away from the nest, but, on the contrary, they are connected with the parish, help the old priest, who is 80 and needs a hand.

We lived in Florence until ’94, when I retired from the phone company, where I was the assistant of the head of the office at the end of my career. I came back to Anghiari. At the beginning I worked for my brother Nanni, Giovanni, as an administrator in the company, then I retired. Coming back to Anghiari for me, after 35 years, meant rediscovering family relationships, sometimes complicated. I am not saying that Anghiari is the navel of the world, the most beautiful village, but I was born here, I rebuilt my friendships. Most days I go to the piazza del Popolo where there is a small bar that opens only from springtime – I meet my brothers there, Giovanni and Francesco, we chat a bit….

I still have good acquaintances, former school friends who are still alive, people with whom I shared first experiences. When we were young, there were no cars or bikes, so we had to spend time together. I was a scout, we went camping… one establishes relationships that, even if watered down, last throughout life.

We’ve had the house here at the Spicchi, where we live now, since ’73. I like living in the countryside because the village is a bit suffocating. Now that Elisa and Daniele have come to stay the synergies have changed. But my daily routines are much the same. I work in the vegetable patch. Late in life I learnt from a friend I went hunting with, a farmer, how to make cheese, milk goats and sheep, and help them when they have difficulties giving birth. I used to keep chooks and pigeons, but I’ve had to discontinue that since Daniele can’t stand the sight of bones, and I just have some hens for eggs now. I am a boring pensioner. From time to time my wife wants to go travelling – she is more active. I wouldn’t move from here if possible … every fortnight I do take her back to her home in Florence though. For me it is enough to have someone say to me ‘Buongiorno’, and I miss that in the city, nobody I meet says hallo to me … I’m not happy there.

I wrote a book for the family – it is boring to read if you are not part of the family … in fact my grandchildren haven’t read it. The Busatti company has published a calendar every year and Giovanni asked me to write poems for these, because I am good at it, I even won a prize. I’m rather lazy though – I read very little, unlike my wife, who is a good reader. She doesn’t show off, but she is a person who likes humanity. I, humanity… I will say it in Latin ‘Odi profanum vulgus, et arceo’ – ‘I hate the unholy rabble and keep them at a distance’ – I’m a little like this.

Regarding a sense of community, there have been moments of great joy and sadness that have united the village, like on 18th August ’44 when a mine, left by the Germans, exploded and 15 people were killed. I was 70-80 metres away, there was an enormous roar, people were buried, all the villagers ran to free them, and some were brought out alive. Also, other moments of sharing, when prisoners from Russia came back, 6-7 years later, the village was quiet and then an explosion of shouting, of joy, and the whole town gathered to cheer this prisoner, clothes in tatters, skinny, who came back after months, sometimes years, and all participated. Once a Vespa was stolen and the whole of Anghiari contributed to buy a new one, it was in 1955 ….

The church is a centre for the community, at least in part. There was a big celebration when don Marco, our priest, became bishop – he had a practical sense, he had to supervise 36 churches… protect them from thieves…. For the celebrations of the Ascension in a few weeks’ time, there will be a party at Il Carmine. It is a farmers’ party, traditional, like in the old times, all the women cook, there is a small lottery.

I’ve had a good life. I feel a bit lonely because many people have died. But I have my brothers and sisters and fortunately we are all still alive, and so, with them, I share my feelings, traditions, affections….

Ann and Mirella

 

 

 

 

 

 

 

 

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